PORTARE MOLTO FRUTTO

Vivere relazioni profonde e vere, libere eppure radicate nell’amore, feconde di vita e di gioia per me e gli altri.
È questo uno dei frutti della vita nuova nello Spirito di cui ci parla Gesù nel Vangelo di oggi.
Lo fa attraverso un’immagine tratta dall’esperienza quotidiana di quel tempo ma non lontana anche per noi oggi. I termini ci sono comuni: agricoltore, vite, tralcio, frutto.
I verbi sono: rimanere, raccogliere, potare, seccare, portare frutto.
La vite è immagine usata già nell’Antico Testamento per descrivere il popolo dell’Alleanza, oggetto di cura da parte di Dio eppure talvolta sterile, senza frutto o con frutti cattivi.
Gesù porta una novità: è Lui la vite ma nello stesso tempo sarà anche quell’uva che schiacciata e pigiata darà il buon vino per la gioia del mondo. Gesù parla dunque della relazione fondamentale del discepolo con Lui che diventa però anche riferimento ed alimento di ogni altra relazione pienamente umana.
Il simbolismo è chiaro: Dio Padre è l’agricoltore, la vite è Cristo, i discepoli sono i tralci. Il discepolo per portare frutto deve “rimanere” unito alla vite. La linfa vitale che scorre è lo Spirito Santo, l’amore e la vita di Dio stesso che rimane in noi finché siamo in Lui, viviamo nel Suo amore anche nella via dei comandamenti: “Chi osserva i suoi comandamenti rimane in
Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato”. (II lettura).
Di contro invece, il loro destino è la sterilità, il seccare ed essere bruciati.
Chi rimane in Lui, affinché porti frutto, viene “curato” e se porta frutto viene anche potato perché “porti più frutto”.
La potatura per la pianta di vite è operazione tanto delicata quanto assolutamente necessaria. Lo constatiamo guardano le viti abbandonate.
Hanno tralci lunghi e scompigliati, avvinghiati l’uno sull’altro senza frutto e la pianta stessa sofferente e secca.
Come discepoli dobbiamo imparare a lasciarsi lavorare, potare, indirizzare dal Signore e la sua Parola, perché la nostra vita sia ordinata, resa pura e feconda, il nostro frutto abbondante e duraturo.
Questo affinché l’amore, che riempie la nostra vita, non sia “a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità” (II lettura).

Don Francesco Maria

(foto tratta dal web)

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